di Fabrizio Maniago
Presidente dell’Associazione culturale Quisque de Populo
Centro Studi per la Legalità, i Diritti e le Istituzioni
“Due migranti morti a Udine, uno a Pordenone ed uno a Trieste. Morti di freddo. In un Paese che ogni giorno si riempie la bocca di parole come civiltà, diritti, umanità. È questa la fotografia più sincera della nostra epoca: una società che piange a comando, ma si volta dall’altra parte quando la tragedia non è scenografica. Viviamo nel paradosso descritto da Albert Camus, quando ricordava che «mal nommer les choses, c’est ajouter au malheur du monde»”.
Questo era l’incipit di un articolo che scrivevo il 3.12.2025. Ad un anno di distanza cosa è cambiato? Niente! Cosa è stato fatto per affrontare una situazione ampiamente conosciuta? Niente! Cosa succdederà nei prossimi giorni, settimane, mesi al netto delle consuete prese di posizione autoassolutorie? Niente!
Stanotte con i due migranti tragicamente morti in Porto Vecchio è morto anche l’articolo due della nostra Carta costituzionale in cui, era già da tempo agonizzante il principio di soladarietà.
Abbiamo spazzato il cortile di casa, liberato Piazza Libertà, tolta la possibilità di fornire un minimo di pasti caldi ed assistenza anche per prendere contezza della situazione che è in continuo divenire e – con la nostra indifferenza – abbiamo apparecchiato le migliori condizioni per la scaturigine dell’ennesimo tragico evento.
Sono vent’anni che affrontiamo la rotta balcanica con piglio securitario senza investire un centesimo nell’approntare un piano emergenziale degno di questo nome, contro il freddo che a Trieste sappiamo bene come funziona e cosa è in grado di produrre.
Compriamo armi e chiudiamo scuole, forniamo mezzi costosissimi e supporto per la guerra e lasciamo i nostri vegliardi in attesa di una visita salvifica per mesi; scarichiamo tutte le nostre frustrazioni sugli ultimi degli ultimi, come se non ci riguardasse il fatto che dopo di loro, andando avanti di questo passo, saremo noi a prendere il loro posto nella scala socio -economica.
Dal punto di vista giuridico non ci saranno colpevoli, dal punto di vista morale ci saranno le autoassoluzioni, umanamente si cercheranno improbabili difese per salvare la faccia. Copioni triti e ritriti, visti decine se non centinaia di volte.
I social pulluleranno di cattiverie, si dirà che non è colpa nostra, che dovevano starsene a casa loro, che non c’è posto qui, che abbiamo anche noi i nostri problemi. Una cloaca di luoghi comuni per assolvere le coscienze.
La verità è semplice e terribile: non mancano le risorse per le luminarie che stanno già facendo capolino nelle strade, per le piste di ghiaccio, i supermercati sono già zeppi di panettoni e bottiglie, manca la volontà.
Non mancano le coperte, ma sono troppo poche quelle braccia che le offrono agli ultimi degli ultimi, coloro i quali – in direzione ostinata e contraria – ci impediscono ancora di precipitare nell’abisso.
Non manca lo spazio, manca l’empatia istituzionale che declina sempre più verso l’autoreferenzialità. Ed allora non si dica che ogni morte di freddo è una fatalità. No! ogni morte è una sentenza che pesa come un macigno su di noi, su questa società incivile che finge di essere buona, umana e si scaglia su chi fornisce un pasto caldo agli ultimi della fila.
I due morti odierni unitamente ai quattro morti dello scorso anno sono la nuova frontiera del contrasto all’immigrazione che declina indifferenza, sono il cimitero dei diseredati, dei morti di freddo e di stenti nell’ipocrisa generale.
Ma non preoccupiamoci troppo, the show must go on, tra una settimana tutto tornerà come prima, potremo fare incetta dei regali di Natale da mettere sotto l’albero ed andare alla messa di mezzanotte scambiandoci un gesto di pace.