
Contratto, pensioni e specificità: quando le parole rischiano di capovolgere la realtà
Ogni volta che si parla del Comparto Sicurezza, delle Forze di polizia, dei militari, dei vigili del fuoco e di chi ha servito lo Stato in uniforme, ricorre spesso una parola: privilegiati.
È una parola comoda.
È una parola che semplifica.
Ma è anche una parola che, troppo spesso, rovescia la realtà.
Privilegiato non è chi ha lavorato per anni con turni, notti, festivi, reperibilità, trasferimenti, responsabilità operative, esposizione personale, rischi professionali e vincoli che non appartengono alla generalità dei lavoratori.
Privilegiato non è chi ha dovuto accettare limitazioni, obblighi, disciplina, responsabilità penali, amministrative e professionali molto più intense rispetto a quelle di altri settori del lavoro pubblico.
Privilegiato non è chi, dopo una vita al servizio dello Stato, si trova a fare i conti con rinnovi contrattuali che vengono presentati come risultati importanti, ma che nella vita concreta rischiano di non tenere il passo con il reale aumento del costo della vita.
Il rinnovo contrattuale 2025-2027 del Comparto Sicurezza e Difesa, indicato intorno al 6%, merita una valutazione seria, non propagandistica.
Perché il punto non è soltanto guardare la percentuale formale.
Il punto è capire quanto quell’aumento incida davvero sulle retribuzioni, sulle pensioni, sugli arretrati e soprattutto sul potere d’acquisto reale delle famiglie.
I colleghi non fanno la spesa con le percentuali.
Pagano bollette, mutui, affitti, carburante, generi alimentari, servizi, medicine, spese familiari.
E allora il tema diventa semplice: se l’aumento contrattuale non recupera davvero la perdita subita negli anni, non si può raccontarlo come se fosse una conquista piena.
Lo stesso ragionamento vale per la cosiddetta pensione dedicata o per qualunque intervento previdenziale destinato a riconoscere la specificità del Comparto.
Se il principio è quello di riconoscere una carriera particolare, usurante, vincolata, esposta e caratterizzata da obblighi speciali, allora quel riconoscimento non può essere costruito creando nuove disuguaglianze tra persone che hanno condiviso la stessa appartenenza, gli stessi doveri e gli stessi rischi.
In particolare, sarebbe difficilmente comprensibile limitare eventuali benefici solo a chi è cessato dal servizio per raggiungimento del limite ordinamentale, escludendo chi è andato in pensione per anzianità, chi è stato collocato in quiescenza per malattia o non idoneità, chi è uscito dal servizio dopo aver comunque svolto una lunga carriera nelle istituzioni.
Una simile distinzione rischierebbe di apparire irragionevole.
Chi è cessato per malattia o per non idoneità non ha certo scelto una strada di favore.
Spesso ha pagato sulla propria salute il peso di anni di servizio.
E chi è andato in pensione prima del limite ordinamentale non per questo ha smesso di appartenere a quella storia professionale, a quel sistema di obblighi, a quella specificità che oggi si vorrebbe riconoscere.
Se si vuole premiare la “fedeltà alla carriera”, bisogna ricordare che la carriera è già valorizzata dai meccanismi ordinari del trattamento pensionistico: chi resta più a lungo in servizio matura già, normalmente, un trattamento più elevato.
Creare un ulteriore beneficio riservato soltanto ad alcuni rischierebbe di produrre una seconda disparità, non sempre giustificabile sul piano della ragionevolezza.
Il tema, quindi, non è rivendicare privilegi.
Il tema è evitare ingiustizie.
L’articolo 3 della Costituzione impone di trattare in modo uguale situazioni uguali e in modo diverso situazioni realmente diverse. Ma la diversità deve essere ragionevole, proporzionata, giustificata.
Nel Comparto Sicurezza, chi ha servito lo Stato ha condiviso obblighi, limiti, rischi, responsabilità e vincoli che appartengono a una medesima funzione pubblica.
Per questo, qualunque intervento sulla previdenza dedicata dovrebbe guardare a tutti i cessati dal servizio a partire dalla data individuata dal legislatore o dalla disciplina applicativa, senza costruire esclusioni arbitrarie o difficilmente spiegabili.
Il riconoscimento della specificità deve includere, non dividere.
Deve tutelare chi è ancora in servizio, ma anche chi è già in quiescenza.
Deve considerare chi ha raggiunto il limite ordinamentale, ma anche chi è uscito per anzianità, per infermità, per non idoneità o per altre ragioni comunque collegate a una lunga vita professionale nel Comparto.
Altrimenti il rischio è evidente: usare la parola “specificità” per riconoscere un principio giusto, ma poi applicarlo in modo parziale, creando nuove fratture proprio tra coloro che hanno condiviso lo stesso percorso istituzionale.
La sicurezza non può essere evocata solo nei momenti difficili, nelle emergenze, nei discorsi pubblici o nelle campagne politiche.
La sicurezza è fatta di persone.
Di famiglie.
Di carriere.
Di salute.
Di responsabilità.
Di vite che spesso hanno pagato un prezzo silenzioso.
Chi ha servito le istituzioni non chiede privilegi.
Chiede che le parole siano usate correttamente.
Chiede che la specificità sia riconosciuta davvero.
Chiede che i rinnovi contrattuali siano valutati per ciò che producono concretamente.
Chiede che la previdenza non diventi l’ennesimo terreno di esclusioni incomprensibili.
Chiede, semplicemente, equità.
Perché chiamare “privilegio” ciò che è il risultato di una vita di servizio significa capovolgere il senso delle parole.
E quando le parole vengono usate male, anche i diritti diventano più fragili.
Fabrizio Maniago
Presidente dell’Associazione culturale Quisque de Populo – Centro Studi per la Legalità, i Diritti e le Istituzioni
Già appartenente alla Polizia di Stato